Inconsciamente scegliamo, di essere la realtà che sorprendentemente, consciamente, ci troviamo a disgustare.

Bad non voleva essere così diverso, sperava nella neutralità di una vita comune.
Ma le domande.

Le domande picchiettavano senza sosta il suo cervello come il picchio che batte l’albero per costruirne un nido.

Tum.
Tum.

Andate via, non posso ascoltarvi continuamente, distoglierete la mia realtà dalla finzione, la ragione dalla verità.

Ma il picchio batteva senza sosta, giorno e notte, senza tregua, doveva costruire un riparo per sopravviere.

Tendiamo a costruire un nido dentro cui nasconderci, accasarci, per sentirci in egual misura simili.

Ho mandato via il picchio tanto tempo fa, ora le domande si creano come un puzzle disordinato a cui mancano dei pezzi, ma che si riescono ad incastrare pur non avendone la forma giusta.

Bad non voleva essere così diverso, ma non è mai stata una scelta di bad.

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Sirene.

La sirena cantava ammaliando l’uomo.

Un canto pieno di libertà.

Catturati dalla propria verità, si inseguiva un suono proprio, un riflesso.

Ascoltare se stessi, da un altra voce, ti cattura.

La sirena cantava ammaliando l’uomo, che finiva in trappola inseguendo se stesso.

Alla salute!

Stavo seduto sul bancone e chiedevo il solito giro, la solita bottiglia che mi avrebbe aiutato a svuotarmi dall’essere ed essere il vuoto. Ormai funzionava così.

Dopo quella scoperta, il mondo cambiò, forse in meglio.

Non era più solo bere, le bottiglie si riempivano di sentimenti, di poesia, di emozioni. Noi ci riempivamo svuotandoci e questo ci faceva sentire liberi.

C’era una economia enorme dietro, le bottiglie venivano immagazzinate dentro delle casse e spedite altrove, selezionate, catalogate.

In pochi lo sapevano, ma alcune di queste venivano riciclate e fatte bere a qualcuno.

Ci si ubriacava di altri.

Buongiorno….

Buongiorno, mi presento, sono uno stelo d’erba.

Spesso nessuno si accorge di me, vengo calpestato, deriso, tagliato, fatto a pezzi, ma non importa, io continuerò sempre a rialzarmi.

Il vento mi accarezza, mi fa danzare, muovere, mi inclina e mi fa toccare il fondo. Non ho più contato quante volte è successo, ma sono sicuro di una cosa, per quante cose tristi o dolorose mi possano capitare, mi rialzerò sempre.

Sono solo, delle volte il destino mi fa inclinare nella stessa direzione nella quale un altro stelo si sta avviando, e per quell’istante in cui tocchiamo, sfiorandoci, avvertiamo quel tipo di emozione troppo irreale per essere vera.

Le radici mi trattengono ancorato al suolo, vorrei poterle tagliare per riuscire a prendere il volo e creare una geometria diversa, dalla mia solita parabola, che mi permetta di cambiare forma.

Non è tutto così negativo, vedo sempre l’alba ed il tramonto, posso godere del silenzio, nascondo segreti dettati dal tempo.

Ho visto la felicità dei bambini, correvano e si divertivano gustandosi la libertà.

Ho visto la tristezza degli uomini, guardavano il sorriso dei bambini e non riuscivano più a divertirsi, per loro la libertà era un concetto troppo infantile.

Buongiorno, mi presento, sono uno stelo d’erba.

Ricordi.

Probabilmente non ci rincontreremo mai, mi piace pensarlo ma so che rimane solo un’illusione, figlia della mia stessa immaginazione, del mio essere pensante, umano, debole.

Mi piacerebbe poterti guardare negli occhi ancora una volta, per sentirmi vivo, reale, provare quella sensazione indescrivibile che ti permette di sentirti unico, speciale.

Per quanto si possa essere singolari anche per gli altri, è la stessa irripetibilità a precludere la differenza tra le due stesse emozioni, per quanto simili, diverse.

Quindi non rimane altro che un ricordo, sottile, volatile, di ciò che eravamo e di ciò che saremo potuti essere.

Gli anni passano, le stagioni si susseguono senza sosta, la ruota continua a girare e macinare tutto ciò che gli si ferma davanti e prima o poi, non potendo predestinare o quantificare quando, verrò schiacciato anch’io ed entrerò a far parte di quegli stessi elementi, in cui ti ritrovi.

Mi piace pensare che per quanto ci si possa allontanare, isolare, far finta di non notare, si faccia comunque parte di un insieme di disegni che si uniscono, volente o nolente, in un unico grande quadro.

Ogni scelta che facciamo ricade comunque sugli altri, sempre.

Terrò vivo questo ricordo, unico, speciale, irripetibile, come un diamante prezioso scolpito nel cuore di un uomo fatto di cenere.

Penny.

Penny cavalcava la vita come un domatore di cavalli, intrepido e coraggioso, non si tirava mai indietro dinnanzi a nulla.

La sua esperienza gli permetteva di trovare quasi sempre una via d’uscita, nel bene o nel male.

Quella sera, passata davanti a una buona birra appoggiato al bancone del bar, non avrebbe mai potuto minimamente immaginare, quale sorte il destino avrebbe avuto in serbo per lui.

Annoiato e oltremodo abituato al solito finale di serata, mentre si apprestava a salutare il barista ed andarsene, quella giovane, bellissima donna si sedette vicino a lui e gli rivolse uno sguardo.

Molto occhi erano transitati dinnanzi ai suoi, ma in quell’espressione, vide qualcosa che gli turbò l’anima, trasformandosi da paura a curiosità, da curiosità ad attrazione.

Penny, lui si conosceva molto bene, sapeva di venir attratto solo dalle menti più irreali, incasinate, distorte, come costruzioni di lego mai create ma bellissime nella loro originalità.

Lei lo riguardò, e le fece una domanda, tagliente come un filo di rasoio: “se la mia felicità risiede nel dolore, dovrei sentirmi in colpa nel far del male?”.

Questa domanda accese in lui i neuroni assopiti da tempo, nascosti dietro un bicchiere di quel buon vecchio e caro amico, che ti culla e non ti abbandona mai.

Capii subito che non avrebbe risposto così facilmente come gli succedeva di solito, il suo cervello iniziò a cercare ogni possibilità, ogni verità, ogni bugia. La sua risposta avrebbe potuto alterare il corso della vita dei due individui, ma sopratutto una frase scontata avrebbe potuto fargli perdere l’attenzione di quello strano fiore dai petali eterogenei. Mentre pensava il tempo sembrava essersi rallentato, ma lui ben sapeva di non averne molto, se ne fosse passato troppo si sarebbe interrotta quella magia, che aveva bloccato quell’istante e li teneva estrapolati dalla realtà stessa.

Aprì bocca e le parole fluirono senza essere predette, come un cavallo libero di correre nella prateria, non riuscì a fermare l’onda e districò il puzzle dei suoi ragionamenti.

“Nella tua domanda c’è un errore, non puoi sentirti in colpa nell’essere felice, dovresti pensare a creare la tua felicità e se questa risiede nel dolore, questo appartiene ad ogni forma di vita, non hai bisogno di far del male per vederlo, annusarlo, toccarlo”.

Quella sera mentre Penny usciva dal bar e si avviava verso la macchina, venne aggredito e ucciso da una giovane, bellissima ragazza e dal suo compagno. Lei non accettò mai quella risposta che mise in dubbio ogni sua scelta, ogni orrore commesso, ogni sofferenza causata.

Mentre veniva accoltellato, prima di morire, sussurrò una frase…

“Non puoi causarmi più dolore di quanto ne possa avere già dentro”.

Forse quella sera, il dolore, non la rese più così felice.