Inconsciamente scegliamo, di essere la realtà che sorprendentemente, consciamente, ci troviamo a disgustare.

Bad non voleva essere così diverso, sperava nella neutralità di una vita comune.
Ma le domande.

Le domande picchiettavano senza sosta il suo cervello come il picchio che batte l’albero per costruirne un nido.

Tum.
Tum.

Andate via, non posso ascoltarvi continuamente, distoglierete la mia realtà dalla finzione, la ragione dalla verità.

Ma il picchio batteva senza sosta, giorno e notte, senza tregua, doveva costruire un riparo per sopravviere.

Tendiamo a costruire un nido dentro cui nasconderci, accasarci, per sentirci in egual misura simili.

Ho mandato via il picchio tanto tempo fa, ora le domande si creano come un puzzle disordinato a cui mancano dei pezzi, ma che si riescono ad incastrare pur non avendone la forma giusta.

Bad non voleva essere così diverso, ma non è mai stata una scelta di bad.

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La bolla.

Lei è li, ci avvolge delicatamente e ci solleva, ci protegge dai pericoli e aumenta l’adesività dei pregi.

La bolla.

Ci viviamo dentro, immergendoci per proteggerci e non farci danneggiare, dagli altri e da noi stessi.

Annegheremo la realtà.

Faremo entrare chi utilizza lo stesso “sapone”, per loro sara facile trovare un accesso, loro tenderanno a dimostrare quanto siamo giusti, quanto la nostra identità sia reale.

Per gli altri, questa diventerà dura come una corazza di drago, inscalfibile, insormontabile.

Li respingerà e loro, a volte, vedendola, non ne rimarranno nemmeno attratti.

Cominceremo a pensare che gli altri, quelli con quelle idee strane ma tutte uguali tra di loro, non vedono nulla come ciechi dinnanzi a un tramonto. Sarà loro la colpa, sull’andamento del mondo e del proprio destino.

Proprio lì, in quel momento, bisognerebbe fermarsi e..

Pensare.

In quel momento saremo noi o loro a non vedere?

La tecnologia non ci aiuta, tende ad amplificare questo aspetto, questo meccanismo abbastanza pericoloso.

Bisognerebbe uscirne ogni tanto, da questa bolla, lei tende a dividerci senza farsi vedere.

Orologi.

Siamo come orologi rotti che non emettono alcun rintocco.

Ci sforziamo di andare avanti, di far muovere la lancetta ma, indecisi, speriamo nella possibilità di poterla guidare e farla tornare indietro.

Non cambierà mai nulla, ritornerà sempre nello stesso punto, prima o poi.

Ho visto persone cercare di fermarla, altre velocizzarla così tanto da farla staccare da tutti gli ingranaggi.

Cerchiamo un altro orologio, simile, che emetta lo stesso suono.

Qualcuno lo trova, qualcuno si illude di averlo trovato e altri passeranno la vita a cercarlo.

Per quanto mi riguarda ho capito, non cerco, non aspetto, non mi illudo.

Posso solo sincronizzarmi, quando ne ho più voglia.

C’è qualche orologiaio ce si diverte ad aggiustare le parti rotte, c’è qualcun altro che dice di poterle sistemare, ma non farà altro che distruggerle.

C’è anche chi ruba i pezzi agli altri, per farli suoi senza riuscirne mai ad attaccarne i pezzi.

Tutti in un modo o nell’altro pensano di essere unici, speciali.

In realtà siamo solo orologi che non rintoccano.

Benny

Benny non lo diceva, ma ne era sicuro. Quando scriveva non era lui a parlare, almeno non quel lui che gli altri conoscevano.

Aveva un lavoro, una famiglia, una vita piena, non stonava in quel mondo fatto di regole ed apparenze apparenti.

Scriveva.

Faceva parlare le voci che non trovavano spazio in quella vita, ma che facevano parte di lui e della sua esistenza.

La scrittura nascondeva il suo bisogno di comunicare, comunicando qualcosa di irreale.

Gli scrittori inventano, lo sanno tutti.

Ogni tanto qualche suo lettore si complimentava per la sua fantasia, così originale. Lui rispondeva con un sorriso, fatto di fallimenti.

In cuor suo sperava che prima o poi qualcuno l’avesse apprezzato. Non per la sua fantasia ma per il suo essere vero, vivo.

Benny passò la vita a scrivere sperando di esser visto e leggere pensando a quanta fantasia avessero gli altri, per riuscire a scrivere i propri pezzi così irreali.

Sirene.

La sirena cantava ammaliando l’uomo.

Un canto pieno di libertà.

Catturati dalla propria verità, si inseguiva un suono proprio, un riflesso.

Ascoltare se stessi, da un altra voce, ti cattura.

La sirena cantava ammaliando l’uomo, che finiva in trappola inseguendo se stesso.

Alla salute!

Stavo seduto sul bancone e chiedevo il solito giro, la solita bottiglia che mi avrebbe aiutato a svuotarmi dall’essere ed essere il vuoto. Ormai funzionava così.

Dopo quella scoperta, il mondo cambiò, forse in meglio.

Non era più solo bere, le bottiglie si riempivano di sentimenti, di poesia, di emozioni. Noi ci riempivamo svuotandoci e questo ci faceva sentire liberi.

C’era una economia enorme dietro, le bottiglie venivano immagazzinate dentro delle casse e spedite altrove, selezionate, catalogate.

In pochi lo sapevano, ma alcune di queste venivano riciclate e fatte bere a qualcuno.

Ci si ubriacava di altri.