Vuoto.

Il vuoto prodotto dall’esistenza ne riempie lo stesso spazio, svuotandolo.

Pieni di vuoto, vuoti di pieno.

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Eppure…

Mike si accorgeva che qualcosa non andava….

Andava a mangiare fuori e piuttosto che assaporare le pietanze o la buona compagnia, si preoccupava di scattare foto da condividere.

Si accingeva a partire per le vacanze, e piuttosto di godersi il viaggio, era assalito da quali foto scattare per fare sapere agli altri dove fosse andato.

Andava ad un concerto musicale e al posto di cantare o godersi lo spettacolo, teneva in mano il cellulare per filmare, per far vedere che lui c’era.

Non pensava neanche più, era diventato più facile condividere i pensieri degli altri, già pronti, confezionati.

Mentre perdeva tutte quelle esperienze, mentre cliccava e condivideva, in realtà, stavo togliendo a se stesso il sapore della vita, di un ricordo reale, indelebile. Faceva parte ormai di quel sistema in continuo aggiornamento, dove tutto conta per un secondo ed il secondo dopo viene cancellato.

Perché quando qualcuno condividerà a sua volta il suo non ricordo, il tuo ormai finirà nell’oblio del tempo, dove non conta la cosa per te più bella, più originale, più vera, ma conta il valore che danno gli altri a ciò che avresti dovuto provare, sentire.

E tu avrai perso un ricordo reale, un esperienza indimenticabile, non vissuta, non toccata, solo dimostrata.

Per quanto mi riguarda il pulsante andrebbe rivisto, potrebbe essere chiamato ad esempio, perdita.

Sto perdendo questa esperienza, sto perdendo questo pensiero, sto perdendo la mia vita.

La tecnologia ci ha portato a cercare la facilità, l’apparenza, il non andare più a fondo, scartando velocemente tutto ciò che ci fa pensare, faticare, vivere.

Anche le parole hanno perso il loro significato.

Questo post è per ogni pensiero non pensato, per ogni aborto culturale e intellettivo, per ogni vita non vissuta.

La condivisione dovrebbe accrescere, non distruggere.

Mike morì senza aver nulla da condividere, ma ci pensarono gli altri, a far vedere che erano al suo funerale.

Penny.

Penny cavalcava la vita come un domatore di cavalli, intrepido e coraggioso, non si tirava mai indietro dinnanzi a nulla.

La sua esperienza gli permetteva di trovare quasi sempre una via d’uscita, nel bene o nel male.

Quella sera, passata davanti a una buona birra appoggiato al bancone del bar, non avrebbe mai potuto minimamente immaginare, quale sorte il destino avrebbe avuto in serbo per lui.

Annoiato e oltremodo abituato al solito finale di serata, mentre si apprestava a salutare il barista ed andarsene, quella giovane, bellissima donna si sedette vicino a lui e gli rivolse uno sguardo.

Molto occhi erano transitati dinnanzi ai suoi, ma in quell’espressione, vide qualcosa che gli turbò l’anima, trasformandosi da paura a curiosità, da curiosità ad attrazione.

Penny, lui si conosceva molto bene, sapeva di venir attratto solo dalle menti più irreali, incasinate, distorte, come costruzioni di lego mai create ma bellissime nella loro originalità.

Lei lo riguardò, e le fece una domanda, tagliente come un filo di rasoio: “se la mia felicità risiede nel dolore, dovrei sentirmi in colpa nel far del male?”.

Questa domanda accese in lui i neuroni assopiti da tempo, nascosti dietro un bicchiere di quel buon vecchio e caro amico, che ti culla e non ti abbandona mai.

Capii subito che non avrebbe risposto così facilmente come gli succedeva di solito, il suo cervello iniziò a cercare ogni possibilità, ogni verità, ogni bugia. La sua risposta avrebbe potuto alterare il corso della vita dei due individui, ma sopratutto una frase scontata avrebbe potuto fargli perdere l’attenzione di quello strano fiore dai petali eterogenei. Mentre pensava il tempo sembrava essersi rallentato, ma lui ben sapeva di non averne molto, se ne fosse passato troppo si sarebbe interrotta quella magia, che aveva bloccato quell’istante e li teneva estrapolati dalla realtà stessa.

Aprì bocca e le parole fluirono senza essere predette, come un cavallo libero di correre nella prateria, non riuscì a fermare l’onda e districò il puzzle dei suoi ragionamenti.

“Nella tua domanda c’è un errore, non puoi sentirti in colpa nell’essere felice, dovresti pensare a creare la tua felicità e se questa risiede nel dolore, questo appartiene ad ogni forma di vita, non hai bisogno di far del male per vederlo, annusarlo, toccarlo”.

Quella sera mentre Penny usciva dal bar e si avviava verso la macchina, venne aggredito e ucciso da una giovane, bellissima ragazza e dal suo compagno. Lei non accettò mai quella risposta che mise in dubbio ogni sua scelta, ogni orrore commesso, ogni sofferenza causata.

Mentre veniva accoltellato, prima di morire, sussurrò una frase…

“Non puoi causarmi più dolore di quanto ne possa avere già dentro”.

Forse quella sera, il dolore, non la rese più così felice.

Thumoctopus mimicus

Thumoctopus mimicus

Stava lì, sul fondo del mare, nascosto dalla luce e circondato da quell’ombra che ti avvolge e ti fa sua, approfittandosi di ogni bolla d’aria per infiltrarsi dentro ogni particella viva, rendendoti più simile a lei.

Con quelle movenze ritmiche suggerite dalla corrente, senza dover prendere una decisione, dovendo cambiare forma per sopravvivere, come un arcobaleno privo di colori, il cefaloide non aveva una meta o uno scopo fisso nella vita, se non adattarsi agli animali e alle circostanze.

Avendo provato ogni composizione ed ogni compromesso, conoscendo ogni pregio e ogni difetto degli altri imitati, per lui era facile scegliere cosa diventare, cosa essere, in base al predatore o alla preda. Questa semplicità lo rendeva consapevole del suo non io.

Il tutto e il niente, l’astrattismo privo di sostanza temporale, il poter divenire gli rendeva la vita un vero e proprio inferno.

Perdeva interesse verso una specie già aggiunta alla sua collezione, al contempo impazziva per trovarne una nuova, non ancora assaggiata, assaporata. Col passare del tempo e con l’aumentare della difficoltà in questa stramba ricerca, la follia lo afflisse così tanto che il povero mimicus fu costretto, guidato da un insaziabile voglia, paragonabile a quella delle più potenti droghe, ad andarne in cerca negli abissi più profondi, popolati dalle creature più temibili e spaventose.

Prendere quelle forme così obbrobriose e ripugnati lo affiggeva nel cuore e nell’anima, ma la stessa conoscenza gli dava la forza di continuare a mutare.

Passo la maggior parte della sua vita a scegliere, cambiare, vedere, soffrire, aiutare e in fine cancellare.

Essendo consapevole di non poter aiutare gli altri esseri a sopravvivere con la propria esperienza, con ciò che aveva guadagnato a così caro prezzo, perché ammettiamolo, nessun’altra specie avrebbe voluto pagarne poi la pena, veniva costretto a sborsarne le stesse gioie, la stessa vita, gli stessi dolori, la stessa morte.

Ormai anziano, dopo anni di sofferenze e scoperte, fu contento di lasciarsi andare in quell’esperienza che secondo lui gli avrebbe permesso di ottenere la pace. Credeva fosse l’unico modo ormai, e dopo averci pensato continuamente negli ultimi tempi, si lasciò cullare senza combattere. Ed eccolo lì, nella fine del tutto, allo scader del tempo, al cessar di questa strana vita, con un unico e solo desiderio da provare.

Una forma reale, stabile, immutabile.

Si spense con un sorriso.

Ride bene chi ride ultimo, la sorte, incontrollabile, lo ingannò anche questa volta.

Chimicamente e fisicamente, in balia del ciclo temporale, dentro gli ingranaggi dell’esistenza, iniziando un processo di decomposizione, il povero cefaloide continuò a mutare.

Semplicità.

L’efficacia di un concetto è una delle basi del ragionamento.

La semplicità e l’utilizzo che se ne potranno fare lo porteranno ad essere adottato o meno.

Siamo circondati da false difficoltà, che tendono a farci sentire intelligenti per mantenerci stupidi.

Un po’ come quei giochini con la risposta facile, con su scritto solo il 10% riuscirà a dare una risposta.

La semplicità è difficile. L’atleta che da l’impressione di non faticare, il genio che risolve facilmente un problema, l’artista che dipinge senza dover guardare.

Questa vita dove tutti si sentono far parte di quel 10% e non sentono più la necessità di mettersi in gioco, di migliorare.

Mi spiace, preferisco sentirmi ignorante.

Febbre.

La mia febbre continua a salire,

essendo “uomo” oltre i 37 dovrei iniziare a subire esaltanti convulsioni,

perdere il nome della ragione,

chiamare il prete per l’estrema unzione,

lei mi guarda e abbracciandomi con il suo calore,

non vuole abbandonarmi come un animale ormai privo di novità.

Amandomi follemente mi fa superare i 39,5 gradi.

E invece ….

Oggi ho girato il terreno nell’orto, giocato e portato in giro il mio amato cane, lavato i piatti…

Eppure…

Eppure continuo a sentirmi di dover fare qualcosa,

di aver dimenticato qualcosa,

di non aver collegato la spina al generatore,

di non riuscire a cliccare sul tasto off.

Mi piacerebbe parlavi dei pensieri che attanagliano la mia testa e la feriscono come un orso intrappolato nella sua tagliola,

e per quanto possa provare a liberarmi,

rimango sempre lì incementato a me stesso come un mattone danneggiato dal corso del tempo.

E mentre mi accingo a scrivere altre parole che porterebbero ad un senso compiuto questo testo inutile,

ecco che la memoria torna,

il ricordo riaffiora,

la calce si spezza.

Amici miei, ho dimenticato di prendere la medicina.