Vuoto.

Il vuoto prodotto dall’esistenza ne riempie lo stesso spazio, svuotandolo.

Pieni di vuoto, vuoti di pieno.

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Orologi.

Siamo come orologi rotti che non emettono alcun rintocco.

Ci sforziamo di andare avanti, di far muovere la lancetta ma, indecisi, speriamo nella possibilità di poterla guidare e farla tornare indietro.

Non cambierà mai nulla, ritornerà sempre nello stesso punto, prima o poi.

Ho visto persone cercare di fermarla, altre velocizzarla così tanto da farla staccare da tutti gli ingranaggi.

Cerchiamo un altro orologio, simile, che emetta lo stesso suono.

Qualcuno lo trova, qualcuno si illude di averlo trovato e altri passeranno la vita a cercarlo.

Per quanto mi riguarda ho capito, non cerco, non aspetto, non mi illudo.

Posso solo sincronizzarmi, quando ne ho più voglia.

C’è qualche orologiaio ce si diverte ad aggiustare le parti rotte, c’è qualcun altro che dice di poterle sistemare, ma non farà altro che distruggerle.

C’è anche chi ruba i pezzi agli altri, per farli suoi senza riuscirne mai ad attaccarne i pezzi.

Tutti in un modo o nell’altro pensano di essere unici, speciali.

In realtà siamo solo orologi che non rintoccano.

Alla salute!

Stavo seduto sul bancone e chiedevo il solito giro, la solita bottiglia che mi avrebbe aiutato a svuotarmi dall’essere ed essere il vuoto. Ormai funzionava così.

Dopo quella scoperta, il mondo cambiò, forse in meglio.

Non era più solo bere, le bottiglie si riempivano di sentimenti, di poesia, di emozioni. Noi ci riempivamo svuotandoci e questo ci faceva sentire liberi.

C’era una economia enorme dietro, le bottiglie venivano immagazzinate dentro delle casse e spedite altrove, selezionate, catalogate.

In pochi lo sapevano, ma alcune di queste venivano riciclate e fatte bere a qualcuno.

Ci si ubriacava di altri.

Buongiorno….

Buongiorno, mi presento, sono uno stelo d’erba.

Spesso nessuno si accorge di me, vengo calpestato, deriso, tagliato, fatto a pezzi, ma non importa, io continuerò sempre a rialzarmi.

Il vento mi accarezza, mi fa danzare, muovere, mi inclina e mi fa toccare il fondo. Non ho più contato quante volte è successo, ma sono sicuro di una cosa, per quante cose tristi o dolorose mi possano capitare, mi rialzerò sempre.

Sono solo, delle volte il destino mi fa inclinare nella stessa direzione nella quale un altro stelo si sta avviando, e per quell’istante in cui tocchiamo, sfiorandoci, avvertiamo quel tipo di emozione troppo irreale per essere vera.

Le radici mi trattengono ancorato al suolo, vorrei poterle tagliare per riuscire a prendere il volo e creare una geometria diversa, dalla mia solita parabola, che mi permetta di cambiare forma.

Non è tutto così negativo, vedo sempre l’alba ed il tramonto, posso godere del silenzio, nascondo segreti dettati dal tempo.

Ho visto la felicità dei bambini, correvano e si divertivano gustandosi la libertà.

Ho visto la tristezza degli uomini, guardavano il sorriso dei bambini e non riuscivano più a divertirsi, per loro la libertà era un concetto troppo infantile.

Buongiorno, mi presento, sono uno stelo d’erba.

Ricordi.

Probabilmente non ci rincontreremo mai, mi piace pensarlo ma so che rimane solo un’illusione, figlia della mia stessa immaginazione, del mio essere pensante, umano, debole.

Mi piacerebbe poterti guardare negli occhi ancora una volta, per sentirmi vivo, reale, provare quella sensazione indescrivibile che ti permette di sentirti unico, speciale.

Per quanto si possa essere singolari anche per gli altri, è la stessa irripetibilità a precludere la differenza tra le due stesse emozioni, per quanto simili, diverse.

Quindi non rimane altro che un ricordo, sottile, volatile, di ciò che eravamo e di ciò che saremo potuti essere.

Gli anni passano, le stagioni si susseguono senza sosta, la ruota continua a girare e macinare tutto ciò che gli si ferma davanti e prima o poi, non potendo predestinare o quantificare quando, verrò schiacciato anch’io ed entrerò a far parte di quegli stessi elementi, in cui ti ritrovi.

Mi piace pensare che per quanto ci si possa allontanare, isolare, far finta di non notare, si faccia comunque parte di un insieme di disegni che si uniscono, volente o nolente, in un unico grande quadro.

Ogni scelta che facciamo ricade comunque sugli altri, sempre.

Terrò vivo questo ricordo, unico, speciale, irripetibile, come un diamante prezioso scolpito nel cuore di un uomo fatto di cenere.

Thumoctopus mimicus

Thumoctopus mimicus

Stava lì, sul fondo del mare, nascosto dalla luce e circondato da quell’ombra che ti avvolge e ti fa sua, approfittandosi di ogni bolla d’aria per infiltrarsi dentro ogni particella viva, rendendoti più simile a lei.

Con quelle movenze ritmiche suggerite dalla corrente, senza dover prendere una decisione, dovendo cambiare forma per sopravvivere, come un arcobaleno privo di colori, il cefaloide non aveva una meta o uno scopo fisso nella vita, se non adattarsi agli animali e alle circostanze.

Avendo provato ogni composizione ed ogni compromesso, conoscendo ogni pregio e ogni difetto degli altri imitati, per lui era facile scegliere cosa diventare, cosa essere, in base al predatore o alla preda. Questa semplicità lo rendeva consapevole del suo non io.

Il tutto e il niente, l’astrattismo privo di sostanza temporale, il poter divenire gli rendeva la vita un vero e proprio inferno.

Perdeva interesse verso una specie già aggiunta alla sua collezione, al contempo impazziva per trovarne una nuova, non ancora assaggiata, assaporata. Col passare del tempo e con l’aumentare della difficoltà in questa stramba ricerca, la follia lo afflisse così tanto che il povero mimicus fu costretto, guidato da un insaziabile voglia, paragonabile a quella delle più potenti droghe, ad andarne in cerca negli abissi più profondi, popolati dalle creature più temibili e spaventose.

Prendere quelle forme così obbrobriose e ripugnati lo affiggeva nel cuore e nell’anima, ma la stessa conoscenza gli dava la forza di continuare a mutare.

Passo la maggior parte della sua vita a scegliere, cambiare, vedere, soffrire, aiutare e in fine cancellare.

Essendo consapevole di non poter aiutare gli altri esseri a sopravvivere con la propria esperienza, con ciò che aveva guadagnato a così caro prezzo, perché ammettiamolo, nessun’altra specie avrebbe voluto pagarne poi la pena, veniva costretto a sborsarne le stesse gioie, la stessa vita, gli stessi dolori, la stessa morte.

Ormai anziano, dopo anni di sofferenze e scoperte, fu contento di lasciarsi andare in quell’esperienza che secondo lui gli avrebbe permesso di ottenere la pace. Credeva fosse l’unico modo ormai, e dopo averci pensato continuamente negli ultimi tempi, si lasciò cullare senza combattere. Ed eccolo lì, nella fine del tutto, allo scader del tempo, al cessar di questa strana vita, con un unico e solo desiderio da provare.

Una forma reale, stabile, immutabile.

Si spense con un sorriso.

Ride bene chi ride ultimo, la sorte, incontrollabile, lo ingannò anche questa volta.

Chimicamente e fisicamente, in balia del ciclo temporale, dentro gli ingranaggi dell’esistenza, iniziando un processo di decomposizione, il povero cefaloide continuò a mutare.